Giorgio Strehler et le Piccolo Teatro

Strehler è uno dei registi più importanti del dopoguerra. Come co-fondatore del Piccolo Teatro di Milano, ha portato sulla scena teatrale internazionale una nuova prospettiva su come avvicinarsi alle opere drammatiche.

Intérieur Du Théâtre

L’enfance de Giorgio Strehler

Giorgio Strehler è nato il 14 agosto 1921 a Barcola, una piccola città nel nord-est dell’Italia sul Golfo di Trieste. La sua famiglia era un miscuglio di culture e lingue: sua nonna era francese; suo nonno, musicista di professione, si chiamava Lovric; sua madre, Alberta, era una rinomata violinista; e suo padre morì molto giovane, poco dopo la nascita del figlio.

Così il giovane Giorgio crebbe in una casa dove arte e cultura coesistevano, in un paesaggio particolarmente femminile, che gli avrebbe lasciato un’impressione duratura e di cui si sarebbe servito per mettere in scena le sue eroine, dipingendo i loro segreti e le loro delizie, e allo stesso tempo abbozzando il sospiro silenzioso di una bugia.

La sua partenza per Milano

Sua madre, portando con sé il figlio piccolo, si trasferì a Milano. Qui completò i suoi studi al collegio Longone, poi al liceo Parini e infine alla facoltà di legge. Ma mentre studiava, Giorgio pensava al teatro, che, secondo la leggenda, frequentava come battitore!

Decise di iscriversi all’Accademia dei Filodrammatici di Milano, dove incontrò il suo insegnante, che sarebbe diventato il suo maestro, Gualtiero Tumiati. Entra poi a far parte della compagnia Palcoscenico di Posizione di Novara, che presenta un lavoro su testo del giovane pittore d’avanguardia Enersto Treccani.

Le sue prime riflessioni sul teatro italiano, quando aveva solo 22 anni, gli suggerirono che esso avrebbe avuto bisogno soprattutto di una profonda e totale revisione della messa in scena.

Qualche anno prima che scoppiasse la guerra, strinse una forte amicizia con Paolo Grassi, che incontrò, come hanno sempre sostenuto, all’angolo di via Petrella, la fermata del tram n. 6 in direzione Loreto-Duomo.

La guerra

Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, Strehler si rifugiò in Svizzera, nel campo di Mürren, usando il nome francese di sua nonna “Firmy”, dove incontrò il drammaturgo e regista Franco Brumait.

Nonostante la sua povertà, il clima sociale europeo e mondiale, dimostrò un grande pragmatismo riuscendo a trovare il denaro per mettere in scena Assassinio nella cattedrale di T.S. Eliot, Caligola di Albert Camus e Our Little Town di T. Wilder tra il 1942 e il 1945 sotto il nome di George Firmy.

La guerra finì, lasciando le sue tracce tragiche e indelebili, e Strehler tornò in Italia determinato a fare il regista.

Il Piccolo Teatro

La sua prima produzione teatrale fu L’lutto si addice ad Elettra di Eugene O’Neill con Memo Benassi e Diana Torrieri.

Ha anche diretto spettacoli per altre compagnie, ma ha preferito tornare a recitare nel Caligola di Camus, dove ha diretto Renzo Ricci e ha interpretato il ruolo di Scipione stesso. I suoi primi passi esitanti come regista hanno confermato i suoi pensieri.

Ha scritto anche alcune recensioni teatrali per Momento sera, senza mai rinunciare al sogno, condiviso con Paolo Grassi, di costruire da zero un teatro diverso.

Nel 1947, l’occasione si presentò con l’apertura del primo edificio pubblico italiano del dopoguerra, il Piccolo Teatro della Città di Milano. La prima de L’albergo dei poveri di Gorky ebbe luogo il 14 maggio. Strehler interpreterà il ruolo del ciabattino Alijosa.

Metterà anche in scena la sua prima opera, La traviata, alla Scala, il che lo renderà un regista affermato.

Il contributo di Strehler all’opera come regista è notevole, aiutato dalla sua conoscenza della musica e dalla sua “capacità di ringiovanire i gesti inseparabili e tradizionali dei cantanti”.

La sua ricerca teatrale

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Nei primi anni di vita del Piccolo Teatro, ai quali Giorgio Strehler si dedicò pienamente, la scelta della programmazione degli spettacoli appariva molto eclettica in termini di stili di opere, autori e periodi. Tuttavia, una costante emerge molto forte: l’interesse per l’uomo in tutte le sue azioni.

Questo interesse, che Strehler perseguirà per tutta la sua carriera, è forse riassunto da uno dei protagonisti de L’albergo dei poveri , Satin, che dice: “Tutto è nell’uomo”.

Strehler attinge ai più grandi autori per rispondere a queste domande ed esaminare il rapporto dell’uomo con la società, con se stesso, con la storia e con la politica. Prima di tutto, ha proposto Shakespeare, ma anche Goldoni, Pirandello, Bertolazzi, Cechov, naturalmente, senza dimenticare Brecht.

Nel 1947, crea lo spettacolo italiano più visto nel mondo e quello con la vita più lunga, Arlecchino servitore di due pardon de Goldonie, reinventando il teatro delle maschere.

Il suo lavoro scenico assume tutta la sua portata attraverso un programma denso e ampio, le atmosfere, l’inimitabile lavoro di illuminazione, la poesia, il ritmo, la verità sensibile e commovente dei rapporti umani, la sua direzione degli attori in un vero e proprio rapporto corpo a corpo che stabilisce con gli attori dove nessun dettaglio di interpretazione o gesto potrebbe esistere senza una valida ragione.

Strehler potrebbe passare una mattina con un direttore di scena per mettere a punto l’apertura e la chiusura delle tende.

I suoi ultimi anni

Nel 1983, Jack Land, allora ministro della cultura sotto Mitterand, lo nomina direttore del Théâtre de l’Odéon.

Giorgio Strehler morì nel 1997 la vigilia di Natale; le sue ceneri giacciono a Trieste, nel cimitero di Sant’Anna, nell’umile tomba di famiglia.

Il contributo di Strehler all’opera come regista fu notevole, aiutato dalla sua conoscenza della musica e dalla sua “capacità di ringiovanire i gesti inseparabili e tradizionali dei cantanti”.

Il potente approccio al teatro di Strehler, che fa di lui l’ultimo erede di Max Reinhardt, è quasi giansenistico, nella tradizione di Copeau e Jouvet, e parte dal presupposto che tutto è nel testo e che ciò che è già stato detto e scritto può essere incarnato dall’attore, perché è lui, anzi lui stesso, la forza potente e ancora ineguagliata del teatro.

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