Le origini del teatro greco

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L’antichità greca, la madre delle arti, è giunta fino a noi mutilata. Supponiamo che sia giunto fino a noi ancora più incompleto, con un immenso divario tra Omero ed Eschilo. Si può immaginare il lavoro della mente che ricostruisce le origini dell’arte drammatica: i poemi epici venivano recitati in pubblico dai rapsodi, che all’inizio si confondevano con i poeti; a turno Achille, Agamennone e Ulisse parlavano per bocca loro; un bel giorno, nel calore del dibattito, un aedico si identificò con l’eroe che stava facendo parlare, un altro gli rispose, e nacque il dialogo tragico. Questa spiegazione sarebbe senza dubbio attraente, e ci deve essere qualche ipotesi nella nostra conoscenza che varrebbe la pena.

 

Ma non lo è. Proprio perché era universale, completa, e conteneva tutti i generi, la poesia epica ha dato vita direttamente a una rete ristretta, ed è questa rete che poi si è reamplificata e ramificata in modo tale da generare e nutrire tutti i generi. Il verso elegiaco è uscito dal verso eroico, la lirica è uscita dall’elegia e il dramma è uscito dalla lirica attraverso la religione.

 

Perché l’arte drammatica, secondo la regola di tutti i generi elevati, iniziò con la poesia.

 

È il risultato di una forma di lirismo peculiare della Grecia, il lirismo corale.

 

La lirica corale, o il preludio di un teatro greco

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Fondata da Thaletas, Alcman e Adon, perfezionata da Stesichore e Ibycus, raggiunse la sua perfezione con Simonide e Bacchilide. Ognuno di loro, soprattutto gli inventori e gli iniziatori, ha una parte nelle lontane origini della tragedia.

Thaletas e Alcman con l’invenzione, che è almeno attribuita a loro, del pean, dell’iporcheme e del parthenaeum. Si tratta di canti corali di origine apollinea, dedicati o al dio della luce o a sua sorella Artemide. Sono eseguiti da un coro quadrangolare sul modello del coro spartano. Il coro quadrangolare è misurato dal numero di file, cioè il numero di esecutori nella direzione della profondità, e dal numero di linee, cioè il numero di esecutori nella direzione della larghezza. Questi cori apollinei erano vivaci, ma sempre nobili e sobri. Il più importante per l’origine della tragedia fu l’iporchema, da cui sembra essere emersa l’arte della mimica per mezzo della danza. In contrasto con il pean, dove la danza aveva poco posto, la danza imitativa era la parte essenziale dell’hyporcheme. A Delo, le vergini consacrate ad Apollo imitavano la lingua e i gesti dei popoli visitati dal dio. Luciano, molto tempo dopo, chiama l’iporchema deliano un balletto. I versi, sostenuti dall’accompagnamento musicale di una cetra sola o sposata con un flauto, erano di un ritmo vivace e animato. Ma a differenza della danza comica, che era libera, e del ditirambo, che era tumultuoso, l’hyporcheme rimaneva puro e serio. Il secondo elemento originale è venuto dalle esecuzioni vocali sacre. La vita e le gesta degli dei o di certi eroi venivano evocati, sia attraverso una sorta di tableau vivant che attraverso la danza. Non più, come prima a Delo, gli dei uraniani, gli dei del cielo, le fonti di luce, Apollo e Artemide; ma al contrario le divinità ctonie, quelle che vivono sotto la terra, quelle celebrate a Eleusi, Demetra e Proserpina, il cui culto segue il ritmo delle stagioni. Poi, una delle fonti madri, il dio asiatico, l’ultimo nato della truppa divina, questo Dioniso ancora sconosciuto nell’Olimpo ionico di Omero e il cui culto segue la vita della vite. Infine, una fonte più ristretta, ma che una circostanza renderà anche essenziale, gli eroi locali o eponimi, Adrasto a Sicyone, Diomede ad Argyrippe, a Metaponto, a Thurium.

 

Il dramma di Proserpina preso da sua madre, il passiode Dioniso, la vita mortale degli eroi, è qui che appaiono i sentimenti che alimenteranno la tragedia futura: dolore, paura, pietà. In particolare, la vita di Dioniso è ricca di eventi drammatici di natura facilmente popolare, di lamenti associati alla gioia dei vendicatori. Così vediamo la comparsa di un ditirambo popolare in una data e in un luogo impossibili da determinare con precisione, probabilmente in Frigia o in Tracia e più tardi del IX secolo. Così, dal comune sfondo religioso e poetico dell’epica, ma ancora separati, gli elementi sono preparati da un lato dalla lirica: il coro, la sua poesia e la sua danza mimata; dall’altro dalla religione: la sua rappresentazione sacra e popolare, la sua danza espressiva e il suo pathos. Questi elementi sparsi sono riuniti dal ditirambo.

Il ditirambo

L’invenzione è attribuita ad Arion. Senza dubbio, come tutti i creatori, ha solo ordinato e perfezionato. Erodoto dice che fu lui a mostrare per la prima volta un coro ben vestito in Grecia, alla corte del tiranno di Corinto Perianto.

 

Sembra che nel periodo primitivo e popolare, il ditirambo consisteva in una canzone molto breve, due versi o anche uno, più o meno improvvisata dal poeta che canta da solo, dopo di che il coro ripete ogni strofa, o un ritornello che canta mentre danza.

 

Nel periodo della lirica colta, la strofa ditirambica è cantata da tutto il coro, e non più improvvisata ma composta dal poeta che prende il titolo di maestro del coro: il corodidascale. I cantori, o coreuti, sono numerosi, fino a un numero regolare di cinquanta nel periodo attico; sono disposti in cerchio, con lo spazio centrale che rimane vuoto, da cui il nome di coro ciclico; danzano al suono del flauto nel modo frigio, che è il modo veloce per eccellenza, una sorta di giro veloce, le turbasie, e cantano in un ritmo molto vivace, poemi audaci in cui associazioni di idee o immagini sorprendenti si scontrano improvvisamente.

 

In origine, si trattava solo delle disgrazie di Dioniso o delle sue lodi. In entrambi i casi, era naturale formare il coro con i compagni abituali del dio, i satiri. Da qui il nome di coro tragico dato al coro ciclico del ditirambo, per allusione ai loro piedi caprini: il canto della capra. Una convenzione e forse un travestimento trasformarono i coreuti in satiri: un’innovazione capitale, da cui sarebbe emersa tutta l’arte drammatica.

 

Il dramma è infatti, come dice Aristotele, un’azione rappresentata da personaggi che non appaiono con il proprio nome, ma che svolgono un ruolo. Fino ad allora, negli altri cori lirici, o i membri del coro parlavano da soli come cittadini di una città riuniti per celebrare un dio, o amplificavano la voce del poeta. In nessuno dei due casi hanno rappresentato un personaggio interposto, né hanno avuto un ruolo. I satiri del ditirambo furono i primi attori.

 

Quello che restava da fare era inventare il dramma. Un nuovo passo fu fatto a Sicyone quando il ditirambo cessò di essere dedicato esclusivamente a un dio: gli abitanti di Sicyone lo usarono, pur conservando il carattere passionale che non è mai svanito, per onorare il loro eroe locale, Adrastus, un eroe che era stato un uomo. Il ditirambo ha così dato origine ai due drammi: il tragico e il satirico, pur conservando il suo carattere separato e la sua esistenza indipendente.

 

I ditirammi di Arione sono perduti, così come quelli di Simonide, di cui rimangono due titoli: Memnon ed Europa. Si vede che Dioniso era già fuori dai giochi.

Stesichore aveva dato il suo contributo il giorno in cui aveva immaginato di fermare il giro ciclico. Il coro si muoveva in una direzione mentre cantava la strofa, poi tornava indietro nell’altra direzione mentre cantava l’antistanza, e così via fino alla fine. Stesichore ha inventato l’epodo, una terza strofa che veniva cantata a riposo. La divisione in strofa, antistrofe ed epodo rimarrà quella del coro tragico.

 

Ecco il coro che smette di vorticare per commentare a vuoto. Ognuno dei pezzi dell’arte futura è nato uno dopo l’altro. Restava solo da trovare il terreno dove tutto sarebbe germogliato. Fu l’argivo Laos, il maestro di Pindaro, che lo trovò quando venne ad Atene, chiamato da Ipparco. Si pensa che abbia trasformato e perfezionato il ditirambo, accelerando il movimento, variando l’accompagnamento, arricchendo la melodia. Laos ha inaugurato qui, si crede, la gara di ditirambo ad Atene, sotto i Pisistratidi. I materiali sono stati portati sul campo.

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